Ostia: antica città romana

Se, pensando all’Italia, qualcuno ci chiedesse dove possiamo letteralmente camminare sui resti di antiche vie romane e toccare mura di palazzi che ancora resistono alle intemperie dopo duemila anni, la maggior parte di noi, forse tutti, avremmo una sola risposta: Pompei.

In realtà, però, oltre alla città sommersa dalla cenere e dalla lava del Vesuvio nel 79 d.C., esiste un altro luogo capace di offrire la stessa, splendida, sensazione di attraversare la storia.

Sto parlando del Parco Archeologico di Ostia Antica che, con la sua dimensione di 150 ettari (solo la metà circa di questi scavati), è tra i siti archeologici più vasti al mondo.

Arrivai lì in una tarda mattinata di agosto, all’inizio del viaggio che mi portò a visitare Paestum, l’Anfiteatro di Capua, Villa Adriana (di cui vi ho già parlato) e Pompei (di cui vi parlerò).

“Ostia Antica” è anche il nome della frazione di Roma limitrofa all’area archeologica, ed è proprio in una delle sue strade all’ombra di un palazzo fatiscente che trovai parcheggio, non avendo capito che all’ingresso del parco stesso c’era un posteggio realizzato per i visitatori.

Il caldo sembrava rallentare i movimenti degli abitanti della zona, così come i miei, e iniziai a chiedermi se davvero valeva la pena andare a vedere l’Area, soprattutto sapendo quello che mi apprestavo a vedere nei giorni successivi.

Appena messo piede al suo interno invece capii che quello che stavo per vedere avrebbe sicuramente ripagato la fatica e l’arsura dovute al sole cocente. Potrebbe sembrare esagerato, ma vi assicuro che quella stessa estate poco prima ero stato nella calda Giordania, avevo camminato sotto il sole di Petra, ma lì non avevo provato lo stesso dirompente desiderio di una immediata doccia gelata.

Intrapreso il lungo Viale degli Scavi, la prima cosa a lasciarmi senza fiato fu senza dubbio la sensazione di vastità che sentivo intorno a me, il parco era enorme, un mix di alberi e resti antichi.

Le Terme di Nettuno, con il loro ben conservato mosaico pavimentale raffigurante il dio del mare, furono la prima struttura degna di nota che mi si presentò davanti agli occhi.

Da quel momento in poi mi ritrovai in quello che ogni archeologo può tranquillamente definire il “paese dei balocchi”: in successione vidi il Teatro, ancora oggi utilizzato per eventi e rappresentazioni all’aperto, i resti del Tempio di Cerere, dei Grandi Horrea (magazzini) e del Capitolium, il tempio eretto dell’imperatore Adriano.

Diverse erano le Domus o altre strutture pubbliche con ancora resti pavimentali finemente decorati o con mosaici, come ad esempio quella di “Amore e Psiche”, ma sono rimasto particolarmente affascinato dal thermopolium (luogo di ristoro tipico delle città romane).

Guardare gli originali affreschi con disegnato il cibo solitamente servito in quel luogo e vedere il bancone rivestito in marmo dove si appoggiavano le persone per consumare il loro pasto, mi ha fatto per un attimo vivere quei momenti. Fisicamente ero da solo all’interno di quelle mura, ma non mi sentivo così. Anzi. Riuscivo a vedere le persone che avevano trascorso il loro tempo in quel posto. Le sentivo.

Questa fu una delle emozioni più forti che provai all’interno di un sito archeologico e la porterò sempre con me.

Terminata la visita mi resi conto che davvero “l’appetito vien mangiando”, perché un luogo così aveva risvegliato tutti i miei sensi e invogliatomi con ancora più desiderio e intraprendere il mio viaggio.

È vicino a Roma, non fatevelo sfuggire.


If, thinking of Italy, someone asks us where we can literally walk on the remains of ancient Roman roads and touch walls of buildings that still resist the weather after two thousand years, most of us, perhaps all, would have only one answer: Pompeii.

In reality, however, in addition to the city submerged by the ash and lava flow of Vesuvius in 79 AD, there is another place capable of offering the same, wonderful, feeling of crossing history.

I am talking about the Archaeological Park of Ostia Antica which, with its size of 150 hectares (only about half of these excavated), is among the largest archaeological sites in the world.

I arrived there in the late morning of August, at the beginning of the journey that took me to visit Paestum, the Amphitheater of Capua, Villa Adriana (of which I have already spoken) and Pompeii (of which I will speak).

“Ostia Antica” is also the name of the fraction of Rome adjacent to the archaeological site, and it is in one of its streets in the shadow of a dilapidated building that I found parking, not having understood that at the entrance of the park itself there was a parking space made for visitors.

The heat seemed to slow down the movements of the inhabitants of the area, as well as mine, and I began to wonder if it really was worth going to see the Area, especially knowing what I was preparing to see in the following days.

As soon as I stepped inside it, I realized that what I was about to see would certainly have repaid the fatigue and the heat that came from the scorching sun. It might seem exaggerated, but I assure you that in the same summer I visited Jordan, I had walked under the sun of Petra, but there I had not felt the same disruptive desire for an immediate cold shower.

Taking on the long “Viale degli Scavi”, the first thing to leave me breathless was undoubtedly the feeling of vastness that I felt around me, the park was enormous, a mix of trees and ancient remains.

The Baths of Neptune, with their well-preserved mosaic floor depicting the god of the sea, were the first noteworthy structure that presented itself before my eyes.

From that moment onwards I found myself in what every archaeologist can safely define as “the village of toys”: in succession I saw the Theater, still used today for events and outdoor representations, the remains of the Temple of Ceres, of the Great “Horrea” (warehouses) and of the “Capitolium”, the temple built by Emperor Hadrian.

Several were the Domus or other public buildings with still finely decorated floor rests or mosaics, such as that of “Love and Psyche”, but I was particularly fascinated by the thermopolium (a place of refreshment typical of Roman cities). Looking at the original frescoes with drawn the food usually served in that place and seeing the marble-clad counter where people leaned to consume their meal, made me live those moments. Physically I was alone inside those walls, but I did not feel like that. On the contrary. I could see the people who had spent their time there. I felt them.

This was one of the strongest emotions I felt in an archaeological site and I will always carry it with me.

After the visit I realized that my hunger for archeology was growing, because a place like this had awakened all my senses and enticed with even more desire to embark on my journey.

It’s near Rome, do not miss it.

Archeologo con la passione per la fotografia, toscano d’adozione, attualmente lavoro a Milano per una fondazione culturale e frequento un Master di II livello in Museologia, Museografia e gestione dei Beni Culturali. Mi divido tra Vigevano e Marina di Pisa, ma ogni volta possibile prendo il primo mezzo di trasporto a disposizione, la mia macchina fotografica e cerco una nuova meta da scoprire.

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