Puntata 22 – Gerusalemme (Parte 2)

Ci eravamo salutati, alla fine della precedente puntata, con i rossi raggi del tramonto che accarezzavano il profilo di Gerusalemme.

Grazie a un profondo riposo che ci aveva aiutato a recuperare le energie dopo le poche ore di sonno avute a disposizione nel giorno e mezzo che avevamo già trascorso dalla nostra partenza, la mattina eravamo decisamente più in forma per la giornata che ci aspettava; giornata che alla fine si sarebbe rivelata anche la più piena e ricca di emozioni dell’intero viaggio.

La Città di Davide, il Monte del Tempio e un museo che non pensavo sarebbe stato in grado di toccarmi così profondamente (e di cui all’inizio ero anche un po’ diffidente) erano le mete prefissate del nostro itinerario, per il resto ci volevamo ovviamente lasciar catturare dalla città.

In tutto ciò ignari di quello che ci sarebbe successo l’ultimo giorno in aeroporto.

Ma non anticipo altro.

Ora proseguo l’ultima puntata su Gerusalemme, ultima puntata per il 2021 di Taste of Art.

Non si può visitare Gerusalemme senza inoltrarsi nel sito archeologico della Città di Davide, perché qui si trova il nucleo più antico e originario della città.
La Città di Davide è per l’esattezza il nome dato alla fortezza di Sion dopo la cacciata dei Gebusei, popolazione preisraelitica, e si trova in posizione sud – est rispetto alla Città Vecchia.

 

Consiglio di farsi accompagnare da una guida per comprendere meglio cosa si sta osservando, in quanto a parte tutto i resti sono prettamente mura e rocce e potrebbe diventare complesso capire totalmente il sito archeologico.

Ve lo dico perché noi non lo avevamo fatto e ci eravamo arrangiati con informazioni recuperate sui cellulari e su scarne guide cartacee.

La parte comunque più interessante da visitare è il sistema idrico sotterraneo che esiste ancora oggi, chiamato “condotto di Warren” (dal nome di colui che lo scoprì nel 1867), che portava a Gerusalemme le acque del fiume Gihon.

Il tunnel più famoso visitabile al pubblico in questa zona è il Tunnel del Re Hezekia, lungo ben 533 metri, fatto scavare dal Re per fortificare Gerusalemme e difenderla dai nemici Assiri senza intaccare la fonte principale d’acqua potabile della città. Si può visitarlo andando in profondità e immergendosi in alcuni punti fin quasi alla vita. Oppure limitarsi a una visita più superficiale.

Noi eravamo in jeans e maglietta e poco propensi ad iniziare la mattinata inzuppandoci, oltre che al fatto che avevamo in seguito altro da vedere… quindi eravamo stati molto poco avventurosi! Però vi dico: anche senza i piedi a mollo l’esperienza meritava!

 

Dopo aver mangiato rapidamente ed essermi imbottito di gustosi pezzi di formaggio, che veniva fritto e offerto da venditori ai lati delle strade, che forse non erano proprio indicati per chi doveva passare la giornata a camminare in giro, ci eravamo diretti verso il Monte del Tempio.

Comunque, per i pezzi di formaggio, non saprei dire quale era il loro nome e che formaggio usavano per realizzarli, ma se nella Città Vecchia vi verranno offerti vi consiglio di provarli!

Alle soglie del Monte del Tempio non era stato facile entrare in quanto il passaggio da ognuna delle porte per cui tentavamo l’ingresso era permesso solo ai musulmani.

In maniera non proprio gentile, con il mitra a poca distanza dalle nostre facce, ce l’avevano ribadito anche diversi soldati israeliani, incaricati di controllare sempre alcuni punti nevralgici di Gerusalemme.

Da soli avevamo poi scoperto che una passerella di legno a ridosso del Muro del Pianto era l’unico punto d’accesso per i non musulmani e, raggiunto finalmente il Monte del Tempio, avevamo iniziato a esplorare con calma quest’area tra le più rivendicate al mondo da diverse religioni, anche se ovviamente non ci era stato possibile accedere alle moschee.

L’Islam e l’Ebraismo principalmente, ma anche il Cristianesimo, considerano il Monte del Tempio, chiamato anche Spianata delle Moschee, come il centro del mondo:

Per gli ebrei è sacro in quanto sede del Tempio di Erode, terzo ampliamento del loro tempio sacro. Di esso, dopo la distruzione per mano dei romani, resta però solo il Muro del Pianto. Per i musulmani è sacro perché per loro il profeta Maometto venne assunto in cielo dalla roccia situata in cima al monte, oggi all’interno della Cupola della Roccia. I cristiani invece condividono con gli ebrei li ricordo del Tempio di Israele dove numerose furono le visite in questo luogo da parte di Gesù.

Mentre ero lì mi rattristava però pensare alle lotte e alle rivendicazioni che in quel luogo continuano ad esserci da secoli, quando invece proprio il fatto che storie, simboli e strutture si mischiano tra più religioni dovrebbero aiutare a creare vicinanza, condivisione e tolleranza tra i popoli.

La Cupola della Roccia è ovviamente il monumento più iconico e conosciuto ma ci sono anche altre strutture meritevoli di nota, come la Cupola dell’Ascensione dove secondo il Corano pregò Maometto prima di ascendere al cielo e la Cupola della Catena, una delle strutture più antiche della Spianata.

Attraversato poi il quartiere ebraico, finendo nel bel mezzo di una partita di calcetto in una piccola piazza tra alcuni bambini, avevamo cercato un taxi per andare a vedere un museo che dalla mattina Giuseppe continuava a ripetere che dovevamo assolutamente vedere: il museo dello Yad Vashem.

Lo Yad Vashem è l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah, istituito per «documentare e tramandare la storia del popolo ebraico durante la Shoah preservando la memoria di ognuna delle sei milioni di vittime», e per ricordare anche i non ebrei di diverse nazioni che rischiarono le loro vite per aiutare gli ebrei. Fondato nel 1953, il museo è stato costruito sul versante occidentale del Monte Herzl.

Il museo era a circa 6 kilometri da noi, e avevamo pensato che con un taxi avremmo decisamente accorciato i tempi per raggiungerlo.

Pessima idea!

Il traffico era ipercongestionato e ci eravamo fatti mezz’ora in macchina con il tassita che neanche tentava di parlare con noi e ascoltava a tutto volume l’equivalente musulmana della nostra Radio Maria. Pregando insieme alla voce che usciva dalla radio.

Vi lascio immaginare come eravamo arrivati intontiti al museo. Io ero anche dubbioso sul visitarlo, perché ero convinto che sicuramente sarebbe stato interessante, ma che per comprendere realmente la Shoah solo la visita dal vivo ai campi di concentramento europei mi avrebbe davvero aiutato.

Appena arrivati però da subito avevo percepito l’importanza del luogo e il mio pensiero iniziale a poco a poco veniva sempre più smentito. A parte nei primissimi minuti di visita, in cui Giuseppe per sporgersi a guardare una foto aveva fatto cadere i suoi occhiali in un punto non aperto al pubblico, costringendo a mobilitare un paio di addetti alla sicurezza per recuperare i suoi occhiali. Dopo questo intermezzo decisamente ironico per il tentativo maldestro di recupero volante degli occhiali da parte di Giuseppe, però, il museo aveva catturato totalmente la mia attenzione, interessandomi e aiutandomi a comprendere ad ogni passo sempre più quella immane tragedia dell’umanità.

Parto prima da un giudizio più tecnico: il museo dello Yad Vashem è davvero efficace.

L’architetto israeliano Moshe Safdie era stato incaricato negli anni novanta di ampliare e ammodernare la struttura esistente e i lavori erano durati circa otto anni, e realizzò il nuovo museo in cemento armato. La parte principale dalla struttura è stata concepita come un prisma triangolare che penetra la montagna da un lato all’altro… come se fosse una ferita nella montagna, a simboleggiare anche una ferita nel cuore di Israele.

Dieci sono le gallerie collocate lungo i due lati della struttura che documentano principalmente la presa di potere nazista, l’emarginazione degli ebrei nei ghetti e il loro seguente sterminio. La quantità di materiale d’archivio che potevo vedere era davvero impressionante: fotografie e gigantografie, filmati, lettere, documenti, frammenti di diari, oggetti dei deportati e molto altro ancora.

Tra le gallerie più toccanti ricordo decisamente quelle che documentavano gli omicidi di massa e l’inizio della soluzione finale, la liquidazione degli ebrei d’Europa. Proprio qua si parlava anche dei campi di concertamento come quelli di Auschwitz e Birkenau, luoghi simbolo che volevo vedere per provare a capire meglio l’Olocausto e che proprio recentemente ho potuto visitare. Luoghi di cui vi parlerò prossimamente in una puntata a loro dedicata ma che ora so di aver potuto comprendere molto meglio, avendo avuto prima la fortuna di visitare questo importantissimo museo.

A distanza di anni ringrazio ancora Giuseppe per aver insistito quel giorno.

Passando a un giudizio più personale, per me la sala più toccante del museo, probabilmente l’unica sala di un museo in cui ad oggi mi sia mai commosso per la tristezza e per quello che vi era esposto era la Sala dei Nomi.

La Sala dei Nomi, una grande struttura circolare e rappresenta il memoriale per ogni ebreo che trovò la morte durante l’Olocausto; è un luogo dove le vittime possono essere commemorate per sempre.

Nella Sala è presente una grande raccolta delle “Pagine di Testimonianza“, cioè brevi biografie di ogni vittima che rappresentano una sorta di lapidi simboliche e sono conservate in un archivio circolare a parete. Attualmente sono più di 2.000.000 le schede riguardanti le vittime ebree della Shoah e l’archivio continua ad essere aggiornato.

Vi giuro che è davvero qualcosa di impressionante.

Al centro della Sala, sospeso e mantenuto con dei cavi, si trova anche un grande cono con all’interno del suo soffitto 600 fotografie di alcune vittime con frammenti dei loro testi biografici.

Non vado oltre perché le parole non possono spiegare qualcosa che deve essere visto, per provare a comprenderlo; ma se mi chiedessero cosa assolutamente bisogna visitare a Gerusalemme non avrei dubbi.

 

Il ritorno lo avevamo fatto a piedi, e avevamo trovato un ristornate dove avevamo potuto sbizzarrirci con le pietanze e i sapori israeliani: ovviamente non mancavano falafel e hummus, tipici piatti mediorentali… più alcune aggiunte di salse a base di vedere o semi da accompagnare a pane e carne, come la tahina, di cui avevamo fatto diversi bis!

Pieni e soddisfatti avevamo poi concluso la serata nella parte occidentale della città, nelle zone maggiormente frequentate da studenti dove abbondavano anche pub e locali.

 

L’ultima mattina volevamo utilizzarla per fare ancora un rapido giro anche al quartiere armeno, e recuperare inoltre dei souvenir visti in giro per la Città Vecchia.

La lettura di alcune recensioni sulla non eccelsa gentilezza dei controlli all’aeroporto di Tel Aviv aveva però acceso una spia di ansia in me… e anche se per gli altri esageravo, li avevo convinti ad andare un’ora prima del previsto in aeroporto, con tanta pace del quartiere armeno, che alla fine avevamo visto davvero solo di sfuggita.

Non avevo buone sensazioni perchè avevo letto che spesso ai controlli se c’erano gruppi di uomini non parenti che si spostavano insieme venivano osservati con maggior attenzione e controllati.

Ero certo che le nostre facce non sarebbero state ignorate.

Al momento del controllo passaporti infatti ci fecero separare, ognuno ad una postazione diversa e prima di tutto, controllando i timbri sui passaporti dei luoghi dove eravamo stati, ci chiesero mese e anno preciso di visita di alcune di quelle mete.

Sembrava un quiz; nel mio caso la sorridente addetta mi chiese in che anno ero stato a Marrakech e… BIP! ERRORE!

Avevo confuso gli anni e al posto di dire nel 2011 avevo detto nel 2012.

Con fare sempre sorridente l’addetta mi disse di accomodarmi in un altro punto dei controlli e arrivò un tizio, decisamente meno sorridente, a farmi domande sul perché ero a Gerusalemme, chi erano i miei compagni di volo, come li conoscevo, da quanto, se avevo lavorato con loro, dove altro avevamo viaggiato insieme… e altro ancora.

Lo stesso, utilizzando scuse diverse per iniziare gli interrogatori, veniva intanto fatto anche ai miei amici.

Alla fine avevamo perso ben più dell’ora di anticipo che avevamo preso e dopo, un’ultima occhiataccia per il fatto di avere con me una kefiah in valigia (eh sì, ovviamente ci avevamo controllato per filo e per segno i bagagli) che a loro dire aveva ricami e colori troppo da estremisti “arabi”, eravamo riusciti a prendere al pelo il volo per il rientro in Italia.

Avevamo sudato freddo questa volta, lo ammetto.

Però, per Gerusalemme, la più storica, complessa e misteriosa città che ho potuto vistare fino ad ora, ne era valsa la pena!


Siamo giunti all’ultima puntata del 2021… ma non pensate di liberarvi di me! Ho ancora tanti luoghi di cui desidero parlarvi.

Dopo una pausa per le festività, a fine gennaio ritorno con le nuove puntate di Taste of Art. Seguite le pagine social per restare aggiornati, mi raccomando!

Io, intanto, vi auguro Buone Feste.

Ci sentiamo nel 2022!

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