Puntata 28 – Marrakech (non)Express

Per parlarvi di Marrakech devo andare decisamente indietro con i ricordi.

Ammetto di far fatica a rimettere totalmente a fuoco ciò che io, Alessio, Giuseppe, Eleonora e ovviamente Bert avevamo visto e fatto in uno dei nostri primissimi BerTour.

Ma in fondo un po’ di caos mentale credo che possa essere adatto per introdurre la città a cui dedico questa puntata; una città dove non regnano sicuramente ordine e attenzione, ma sensazioni, rumori, profumi (e a volte odori non sempre piacevoli), voci e colori che creano un fortissimo senso di allegria e spontaneità.

Non ho magari ricordo preciso dei dettagli di alcuni dei luoghi visitati, ma in compenso ho indelebili alcuni piccoli aneddoti legate alle persone di questa disordinata città.

E i sorrisi sinceri dei cuochi più simpatici che probabilmente ho avuto il piacere di incontrare lungo i miei viaggi.

Quei sorrisi, dopo oltre dieci anni, invece sono ancora indelebili nella mia mente.

Indelebili come i serpenti e le scimmie che io e Alessio avevamo involontariamente avuto modo di conoscere molto, davvero molto, da vicino.

Proviamo, quindi, a mettere un po’ di ordine in questi ricordi.

Puntata 28_Marrakech_Copertina Blog

Era ottobre del 2011… e questo in realtà non lo dimenticherò mai, se avete ascoltato la puntata 22, dove vi parlo dell’interrogatorio che io e i miei amici avevamo subito anni dopo all’aeroporto di Tel Aviv in Israele, iniziato proprio dall’aver detto a voce la data sbagliata del mio viaggio in Marocco all’addetta ai controlli dei passaporti.

Da quel momento la data del viaggio a Marrakech non ce la siamo più scordata!

 

Era uno dei primissimi BerTour ed eravamo ancora acerbi di ritmi, usi, costumi e modi di porsi verso gli stranieri degli abitanti di città del Nord d’Africa, o comunque di luoghi dai sapori esotici e mediorientali.

Stavamo in un hotel nel quartiere Gueliz, nella città nuova. Ma ho un ricordo vago della zona, lo ammetto. Eravamo però vicini ad una moschea, cosa scoperta intorno alle cinque del mattino il giorno seguente, quando la voce del muezzin aveva iniziato a intonare il richiamo alla preghiera, che veniva dal minareto della moschea. Io dormivo in stanza con Bert, e ho ancora ben presente il balzo che aveva fatto sul suo letto, la prima volta che quella voce aveva interrotto il nostro sonno.

Comunque, appena arrivati e depositati i bagagli ci eravamo immediatamente mossi a piedi verso la Jamaa el Fna, la piazza più famosa della città e una delle più iconiche al mondo, intorno alla quale si sviluppa la medina di Marrakech. Ci eravamo arrivati passando però prima davanti alla Moschea della Koutobia, l’edificio religioso più importante della città… cosa che (detto con un filo di vergogna) però avevamo scoperto al nostro ritorno in Italia e quindi avevamo guardato solo di sfuggita.

Il sole splendeva ma la temperatura non era esageratamente alta e ricordo che ci eravamo anche fermati a chiacchierare con un signore lungo il cammino che si era incuriosito dal nostro camminare un po’ spaesato attraverso le strade caotiche della città. Più che altro era estremamente complesso attraversare a piedi le strade piene di auto che non avevano la minima intenzione di fermarsi per far passare chi tentava di raggiungere l’altro lato della strada. Essere un pedone in Marocco è davvero un’impresa ardua! A dirla tutta però solo Giuseppe, che in quel periodo stava studiando anche arabo in università, si era messo a parlare con il signore, noi osservavamo con aria dubbiosa loro due conversare; ma la scena mi è rimasta impressa per la gentilezza e pacatezza, insieme a una sincera curiosità, che quell’uomo mostrava per un gruppo di giovani viaggiatori nella sua città.

Era tarda mattinata e il sole batteva a quell’ora sulla piazza, animata solo da pochissimi turisti e qualche persona locale, quindi eravamo andati a cercare un po’ di riparo nel suq, per poi dirigerci alla Madrasa di Ben Youssef.

La nostra prima volta dentro a un mercato tipico del mondo arabo ci affascinava non poco, e infatti anche in tutti i successivi viaggi dove erano presenti dei suq non ce ne siamo mai fatti sfuggire uno.

Sapete dalle scorse puntate come era finita a Istanbul, qua invece eravamo stati decisamente più contenuti. Anche se contrattazioni, abiti e oggetti che penso nessuno di noi sappia dove siano ad oggi finiti non sono mancati anche in questa prima nostra esperienza. Il Suq di Marrakech non raggiunge i livelli del mercato della città turca, o l’estensione di quello del Cairo, ma merita di essere visto, anzi, davvero vissuto con estrema calma. Perdendosi tra i suoi colori eterogenei, il profumo dei cibi e delle spezie e il labirinto di strade e negozi.

Dopo il Suq la Madrasa di Ben Youssef, mi aveva colpito molto, decisamente di più di quello che invece era riuscito poi a fare il giorno seguente il celebre Palazzo Reale. Una madrasa è una scuola musulmana, specializzata in discipline religiose. E questa era stata costruita per accogliere gli studenti della vicina moschea.

Questa è la più grande del Marocco. Attiva da poco dopo la metà del 1500 possiede 130 stanze, le quali potevano ospitare fino a 900 studenti.

Il fulcro e luogo più suggestivo della struttura è il cortile, dove al centro si trova un grande bacino per le abluzioni. E qua noi eravamo rimasti per diverso tempo seduti a riposarci e chiacchierare perché davvero ispirava a “rallentare”, prendersi il giusto tempo per apprezzare ogni cosa.

A livello puramente architettonico e artistico era stata decisamente la struttura che maggiormente aveva stimolato la mia attenzione, invogliandomi a immortalarne ogni dettaglio con moltissime fotografie.

Usciti eravamo tornati verso la piazza, che al tramonto iniziava a riempirsi di gente del posto e turisti, e si preparavano i tipici ristoranti mobili per la cena. Perché infatti la sera tutta la piazza si riempie di tendoni, bancarelle, vere e proprie cucine portatili con cuochi e camerieri davanti a queste caratteristiche installazioni che sistemano tavoli e invitano a sedersi e provare le pietanze. Ma non ci sono solo turisti. Anche tantissimi abitanti locali si fermano a cenare nella piazza.

Eravamo però abbastanza stanchi quindi, dopo che sulle mie spalle era stato appoggiato un piccolo serpente mentre su quelle di Alessio era direttamente saltata una scimmia (entrambi gli animali erano finiti su di noi per tattico volere dei propri padroni, che ci invitavano a scattare foto con loro per racimolare qualche soldo, scopo alla fine raggiunto per districarci da quella situazione) eravamo tornati nelle nostre stanze.

La mattina seguente, come detto all’inizio, c’era stata la prima, non voluta, sveglia alle cinque.

Dopo questo rilassante risveglio, una volta usciti dall’hotel ci eravamo diretti ai Giardini Majorelle.

I Giardini Majorelle furono creati intorno al 1930 per volere di Jacques Majorelle, un pittore francese che qualche anno prima si era trasferito nella città marocchina per risiederci in pianta stabile. Inizialmente questi colorati giardini, davvero ricchi di piante esotiche e specie rare, oltre a possedere anche laghetti e architetture in stile moresco, erano proprietà privata dell’artista, che li usava come fonte di ispirazione; furono poi aperti al pubblico nel 1947. Dopo la morte del proprietario e un periodo di quasi abbandono, dal 1980, furono acquistati da Yves Saint Laurent.

Una nota estremamente colorata, originale e allegra in una città dove già colore e buon umore non mancano! E a chi piacciono le tartarughe (come nel mio caso), avrà il piacere di poterne osservare molte che, tenere e pacifiche, si godono, a mollo nell’acqua, i raggi del sole.

Dopo aver visitato le Tombe Saadiane, vero e proprio mausoleo di una delle più importanti dinastie regnanti del Marocco (con la particolarità di essere state realizzate utilizzando il Marmo di Carrara), la nostra intenzione era raggiungere il Palazzo Reale El Bahia.

Però ci era capitata probabilmente la prima vera esperienza che rientra tra quelle memorabili dei BerTour.

Ci eravamo letteralmente persi cercando la strada più breve per raggiungere il Palazzo. A quanto pareva le nostre facce dovevano essere abbastanza eloquenti della situazione in cui ci trovavamo e un buon “agente commerciale del luogo”, mettiamola così, aveva trovato il modo far bene il suo lavoro.

Era in motorino con un amico e ci aveva visto da lontano, allora era sceso e ci aveva chiesto se avevamo bisogno di aiuto. Noi da buoni tontoloni spaesati lo avevamo visto come la nostra ancora di salvezza e, chiedendogli la strada, ci aveva detto di seguirlo che ci accompagnava direttamente lui, facendoci però vedere anche il quartiere ebraico che essendo lì vicino non potevamo assolutamente perdercelo.

Allora, per carità, lui era davvero gentile e realmente alla fine ci aveva indirizzato verso il palazzo. Peccato che il quartiere ebraico era assolutamente non memorabile, e a prescindere lui ce lo aveva fatto attraversare alla stessa velocità di un maratoneta perché il suo vero obiettivo era farci casualmente capitare davanti alla bottega di spezie di suo cugino, prima di raggiungere il palazzo. Cugino che ci offrì nel retro bottega più caotico mai visto in vita mia dell’ottimo tè dentro a bicchieri che credo non ricevessero una pulizia degna di questo termine da diverso tempo. Era riuscito però a farci sentire quasi degli esseri ignobili a pensare di uscire da lì senza ripagare tanta gentilezza con qualche suo prodotto in vendita.

Credo di aver conservato spezie di qualsiasi tipo, nella cucina dei miei genitori, per almeno cinque anni.

Alla fine però eravamo giunti al Palazzo Reale.

Costruito alla fine del XIX secolo con l’intenzione di creare la struttura più impressionante di tutti i tempi, si sviluppa su circa 8 ettari di terreno e sono presenti 150 stanze che si affacciano su differenti cortili e giardini. La zona sicuramente più interessante è l’harem delle 4 spose e delle 24 concubine di Abu Bou Ahmed, schiavo che riuscì a diventare visir. Però, come vi ho detto prima, la Madrasa mi aveva affascinato decisamente di più, con il suo contrasto tra lo sfarzo dei luoghi comuni della struttura rispetto alle austere stanze per gli studenti.

La sera dopo esserci dissetati in uno dei bar che dall’alto si affacciavano sulla Jamaa el Fna, avevamo poi cenato nei suoi dintorni ed ero stato infine praticamente trascinato in stanza dai miei amici perché non la smettevo di fare foto a tantissimi soggetti e situazioni meritevoli di uno scatto; vi assicuro, se amate la fotografia, sia di giorno sia di notte Marrakech offre spunti assolutamente unici.

Sapevo però che anche la sera seguente avrei avuto la possibilità di ultimare la mia collezione di scatti.

L’ultimo giorno, avevamo in programma un’escursione alle cascate di Setti Fatma, verso sud, nella valle d’Ourika, dove scorre il fiume omonimo. Eravamo arrivati con un pulmino sgangherato alle cascate in circa due ore, dopo esserci però fermati a salutare un amico dell’autista a metà strada che possedeva un negozio di vestiti. Ripensando alle spezie del giorno prima, questa volta eravamo stati dei turisti meno sprovveduti.

Allora, devo essere onesto, probabilmente sarebbe valsa la pena andare a vedere le più note e imponenti cascate di Ouzoud, un filo più distanti da Marrakech, però la gita era comunque valsa la pena. Anche se le cascate erano non erano esattamente memorabili, comunque non mi aspettavo sinceramente quel tipo di panorama a una distanza in fondo abbastanza esigua dalla città.

In realtà la gita era valsa per tutti noi, tranne che per Eleonora, che forse non totalmente consapevole di dove stavamo andando aveva indossato delle ballerine ai piedi. Rischiando non poche volte di scivolare tra i massi. Anche perché, corde, ponti, appigli per visitare le cascate non è che erano, almeno dici anni fa, proprio a norma. Ma dubito sia cambiato qualcosa!

Eravamo infine pronti per l’ultima nostra sera in città.

Ci eravamo immersi nel cuore della Jamaa el Fna alla ricerca di un posto dove sederci in uno dei vari “ristoranti” che tutte le sere venivano montati a tempo di record.

C’era però tantissima gente e non trovavamo posto, fino a quando il cuoco di uno di questi si era accorto di noi ci aveva fatto segno di avvicinarci a lui.

Tecnicamente i tavoli erano pieni, ma per lui era da maleducati non trovarci un posto, quindi con due ordini perentori a un paio di camerieri in pochi minuti aveva fatto preparare un tavolo proprio vicino alla sua cucina e agli altri cuochi, in modo da poter controllare che fossimo soddisfatti.

Anche i camerieri ci avevano preso in simpatia, e spesso tra una portata e l’altra tornavano a chiacchierare e scherzare con noi. Alla fine ci eravamo anche messi nella piazza insieme, a scherzare e scattarci foto.

Due di loro avevano fatto finta, mentre ci scattavano foto insieme agli altri loro colleghi, di scappare per la piazza con la mia reflex in mano. Cosa che in altri contesti mi avrebbe subito fatto preoccupare. Ma ero tranquillo, e infatti dopo poco erano tornati con la mia macchina in mano e dei sorrisi autentici.

In quei giorni avevo imparato una cosa, parlando con al gente del posto: se a Marrakech ti fidi sinceramente delle persone che incontri, loro sapranno ricambiare la tua fiducia.


È stato molto piacevole scavare in questi miei ricordi insieme a voi.

Il buon Bert ha accennato recentemente in una nostra chiacchierata che sta facendo un pensierino per una gitarella a Fez per un prossimo BerTour. Magari sarà tema di una delle future puntate!

Nella prossima invece tornerò in Italia, in una della più belle città dell’Emilia Romagna, dove abbondano storia, arte e cultura.

Vi porterò con me a Parma, per parlarvi principalmente del Complesso della Pilotta.

Ciao a tutti!

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